05/04/2011 - Recensione Birragenda - Notizie e commenti dal mondo della birra

Il birraio della Val di Fiemme

In missione per il vino, mi capita sempre più spesso di trovarmi a bere birra.
Mi è capitato anche qualche settimana fa, durante un giro in Trentino per andare a trovare gli amici di Cantina La Vis e assaggiare nuovamente il loro Pinot Nero Vigna di Saosent che mi fa letteralmente impazzire e che per questioni di tiratura limitata posso bere, e comprare, solo in loco.
Ma una digressione di qualche kilometro in cerca di carne salada mi ha fatto incontrare le birre del birrificio Val di Fiemme che, grazie alle indicazioni del macellaio, si trovava poco distante.
In realtà le birre di Fiemme le avevo provate, alcune, l'anno scorso in montagna dalle mie parti trovandole più che discrete. Ergo, la visita lampo al birrificio era d'obbligo.
Ho potuto conoscere così Stefano Gilmozzi che, dal 1999, ha deciso di riportare in vita un'attività che in zona aveva già dei precedenti. Stefano produce cinque birre d'ispirazione tedesca.
L'ultima in ordine di tempo, la Nòsa, è uscita a fine gennaio 2011, ed è prodotta ricorrendo a cinque varietà di luppolo che, combinate insieme, dovrebbero a detta del birraio rispecchiare il profilo aromatico del luppolo selvatico che una volta cresceva abbondante in valle e che veniva impiegato dalle birrerie di un tempo (nello specifico la vecchia birreria di Predazzo).
Come le altre della gamma, anche la Nòsa è una birra da bere, ma non per questo banale o anonima.
I profumi sono ben distinti, puliti e il primo sorso lascia la voglia di berne ancora.
La filosofia di Gilmozzi, che sta già addestrando il figlio sul processo produttivo, è di quelle da "artigiano puro": buoni prodotti, target birrario, nel senso di pub e birrerie e solo in seconda battuta ristoranti, poca comunicazione, quasi niente marketing.
Funziona? Credo di sì, visto che dopo dieci anni di lavoro non ci si può reggere solo sull'entusiasmo ed è la prova che le strade per raggiungere il successo, nel campo della birra artigianale, possono essere diverse.
Si tratta solo di decidere prima dove si vuole arrivare e che tipo di vita, professionale ma non solo, si vuole vivere.

Abbastanza scontato dire che, a me, la personalità di Stefano è piaciuta parecchio.
Niente tirate filosofiche sulla birra artigianale come ideologia e molta sostanza.
Sostanza anche nella sua Lupinus, birra che mi era apparsa misteriosa la prima volta che ne avevo sentito parlare e che avevo cominciato a comprendere un po' grazie a contributi esterni.
Ero stato messo fuori strada dalla menzione in etichetta del "caffè di Anterivo" che in realtà identifica un particolare tipo di lupino, quindi un legume, coltivato storicamente nella omonima, piccola località di montagna e utilizzato, in tempi grami, come succedaneo del caffè.
Il gusto di questo Lupino ricorda in effetti più il caffè d'orzo che il caffè vero e proprio, ma ha un sapore gradevole, non invadente né particolarmente amaro.
La birra è molto buona, sia al naso sia al palato dove lascia una vaga traccia di cacao ma anche quella specie di dolcezza tipica proprio dei legumi. Per certi versi ricorda un po' alla lontana la Borlotta di ArteBirraia, ma è più convincente.
Ultima nota, e sincero consiglio qualora vi trovaste a passare da quelle parti, è per lo Zirmo, un'acquavite aromatizzata al cirmolo che Gilmozzi fa più per passione che per altri motivi, ma che è davvero deliziosa.
Come un po' tutte le grappe al cirmolo che ho assaggiato e che tuttavia, non so se per questioni legali o per difficile reperibilità della materia prima, sono difficili da trovare in giro per le Alpi.
Il cirmolo è un pino molto noto per i tipici mobili in stile "montanaro", ma le sue pignette donano un profumo e un aroma incredibile al distillato, con un immediato deja vu di baita alpina, caminetto acceso e neve fresca fuori dalla finestra...

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